Tempo necessario
Circa 8 ore saranno necessarie per andare, visitare e toranre
Ci sono luoghi in Islanda che si visitano. E poi c’è Askja, un luogo che si vive, un’intera giornata immersi in uno degli angoli più remoti e surreali di tutto il paese. Un’immensa caldera vulcanica nata da un’eruzione che nel 1875 cambiò per sempre la storia dell’Islanda orientale, oggi custodisce al suo interno il cratere di Viti e il lago Öskjuvatn, uno dei più profondi di tutta l’Islanda.
Non è un luogo semplice da raggiungere: servono ore di strada sconnessa, guadi da affrontare con pazienza, e un pizzico di fortuna con il meteo. Ma proprio per questo, quando finalmente vi troverete davanti a questo scenario, capirete perché tanti viaggiatori la considerano una delle esperienze più intense di tutta l’Islanda.

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Askja si trova nel cuore degli Highlands islandesi, all’interno delle montagne di Dyngjufjöll, in mezzo all’immenso campo di lava di Ódáðahraun. È uno dei luoghi più isolati di tutta l’Islanda: la casa abitata più vicina dista circa tre ore di auto.
Per raggiungerla è obbligatorio un veicolo 4×4 autorizzato per le strade di montagna, e le piste che vi si dirigono aprono, di norma, più tardi rispetto a molte altre strade F islandesi: indicativamente non prima di luglio.
Per raggiungere questa destinazione è obbligatorio un veicolo 4×4 autorizzato per le strade F. Noi consigliamo sempre Blue Car Rental, la società di noleggio n.1 in Islanda, con cui prenotiamo anche per i nostri viaggi: servizio eccellente e auto sempre nuove.
La prima cosa da mettersi in testa, prima ancora di partire, è che quella per Askja non è un’escursione con un “tempo necessario” preciso. È una giornata intera, e basta. Troppe variabili possono incidere sui tempi: l’auto che avete a disposizione, da dove partite, dove dormirete la sera prima o quella dopo, il meteo che troverete lungo il percorso, e quanto vorrete fermarvi a godervi i panorami surreali che vi troverete davanti.
Chi arriva ad Askja pensando di “spuntare la casella” e ripartire subito, sta sbagliando approccio: qui la giornata va vissuta, non cronometrata.
Una delle cose da verificare sempre, prima di intraprendere il viaggio, è il meteo. È importante partire se la giornata si preannuncia bella, anche se questo non dà comunque la certezza assoluta di non trovare nuvole basse o nebbia una volta arrivati lassù. Ma controllare le previsioni riduce sensibilmente il rischio di affrontare tre ore di strade accidentate per l’andata, non vedere praticamente nulla una volta arrivati, e dover comunque affrontare altre tre ore di ritorno sulla stessa strada.
Un altro consiglio importante riguarda il pernottamento. Se partite da lontano e dovete affrontare 6-7 ore di guida complessive su strade F accidentate, è molto meglio avere un posto letto vicino al rientro, oppure, al contrario, partire presto da un punto vicino e poi spostarvi un po’ più lontano al ritorno, ma senza esagerare.

Noi consigliamo di pernottare a Möðrudalur / Fjalladýrð. In estate, l’unico periodo in cui è possibile raggiungere Askja, questo luogo è semplicemente magico: animali che pascolano liberi, un ottimo ristorante, un campeggio, e la possibilità, a fine estate, di ammirare le prime aurore boreali della stagione.
Vista la presenza di guadi e di tratti di strada molto sconnessi, la scelta dell’auto per questa giornata non è un dettaglio da sottovalutare. Il 4×4 è obbligatorio, ma è altrettanto importante che non sia un’auto ibrida: meglio evitarle su questo tipo di percorso.

L’ideale è un veicolo di grandi dimensioni, come un Toyota Land Cruiser o un Land Rover Defender, che affrontano guadi e sterrato con la massima tranquillità. Se invece preferite un’auto più piccola e maneggevole, anche una Suzuki Jimny o una Dacia Duster possono fare il loro dovere, ma garantiscono meno comfort, sia durante la marcia sulle piste più sconnesse sia, soprattutto, nell’attraversamento dei due guadi principali che troverete lungo il percorso.
Prima di imboccare le strade di montagna, fate sempre rifornimento. Il distributore migliore si trova proprio all’ingresso della strada che porta all’imbocco delle piste F per Askja: un’ultima sosta strategica per affrontare la giornata con il serbatoio pieno.

Per raggiungere Askja esistono diverse combinazioni di strade F. La F88 da nord è generalmente più semplice, ma presenta un guado impegnativo sul fiume Lindaá, che può ingrossarsi pericolosamente in caso di livelli dell’acqua elevati. In quel caso, le strade F905 e F910 provenienti da est diventano la via più agevole per la sicurezza del guado, anche se restano comunque molto più dissestate della F88.

La nostra scelta, però, non si basa sulla lunghezza o sulla difficoltà del percorso, ma sul fascino e sulle emozioni che può regalare. La combinazione F905 + F910, pur essendo più lunga della F88 e con due guadi “semplici” invece di uno impegnativo, regala viste impareggiabili e panorami che solo l’Islanda più interna può offrire. Il nostro consiglio è di percorrere proprio questa strada: se avete deciso di dedicare un’intera giornata a questa escursione, allora vale la pena godersi anche il tragitto, non solo la destinazione.

I primi 20 km del percorso sono abbastanza agevoli, con un paio di piccoli guadi facilmente attraversabili.

Da lì in poi il percorso si complica: troverete ogni tipo di superficie immaginabile, ghiaia, sabbia, roccia, massi, e qualsiasi altra cosa possa venirvi in mente. Come se non bastasse, si aggiungono altri due guadi importanti.
Questo guado non va attraversato frontalmente: bisogna seguire la fila di pietre visibile sulla destra, formando una curva fino a raggiungere l’uscita, che è orientata esattamente in quella direzione.

Il secondo guado, distante circa 2 km dal primo, è più tradizionale: si attraversa frontalmente, con calma.

In entrambi i casi vale la stessa regola d’oro: attraversate lentamente, a una velocità di circa 5-8 km orari. Non bisogna generare onde che potrebbero far entrare acqua nel motore, il che vi lascerebbe letteralmente in mezzo al nulla. Andate piano, senza fretta, senza cambiare marcia durante l’attraversamento: mantenete un ritmo lento e costante fino a raggiungere l’altra sponda.
Dopo questi due guadi ne troverete un altro piccolo, ma senza particolari difficoltà. Come se non bastasse, dovrete far scendere il vostro compagno o la vostra compagna di viaggio un paio di volte per aprire dei cancelli, posizionati prima di due piccoli ponti a una sola corsia: per fortuna questi ponti esistono, vista la forza dell’acqua dei fiumi che vi permettono di attraversare.

Le parti più “noiose” del tragitto sono quelle su roccia, dove bisogna procedere molto, molto piano: l’auto ballerà parecchio, ma con calma si supera tutto senza problemi.
Partendo da Möðrudalur/Fjalladýrð, la strada fino al parcheggio del cratere di Viti è lunga poco meno di 100 km, ma difficilmente impiegherete meno di 3 ore per percorrerla, solo andata.
📍 Link al parcheggio del cratere di Viti
Arrivati al parcheggio gratuito troverete dei bagni e il gabbiotto del ranger, dal quale parte il sentiero che conduce a uno dei punti panoramici più belli di tutta l’Islanda.

Secondo la segnaletica ufficiale del parco nazionale, il percorso (denominato A-1, Vikraborgir–Öskjuvatn) è lungo circa 2,5 km, e richiede indicativamente 35 minuti, solo andata.

Durante il cammino, perfettamente pianeggiante tra distese di lava e muschio, vedrete in lontananza le alture innevate. Ma lo stupore vero arriverà solo quando supererete la piccola collina alla fine del sentiero: lì, all’improvviso, avrete davanti tutta la meraviglia del posto.

Una volta arrivati, prendetevi tutto il tempo che vi serve per esplorare la zona: scendete fino al bordo del lago, oppure fate il giro intorno al cratere di Viti, con le sue acque di un colore quasi lattiginoso. Ammirate i vapori che escono dai suoi costoni, e se sarete fortunati, potrete anche vedere il riflesso delle montagne innevate specchiarsi sulla superficie del lago.

Per molti anni, i visitatori erano soliti scendere a fare il bagno nelle acque termali di Viti. Oggi, però, il costone è diventato troppo ripido, sia per la discesa che per la risalita, ed è fortemente sconsigliato avventurarsi. Ricordate sempre che, qualora qualcosa dovesse andare storto, vi trovate in un luogo a circa tre ore di auto dalla prima casa abitata.

Per il rientro, consigliamo sempre di percorrere la stessa strada dell’andata: al contrario, regala punti di vista differenti, pur presentando la medesima superficie stradale devastata e gli stessi guadi già affrontati in mattinata.
Il periodo migliore per la visita è dopo la metà di agosto, quando i fiumi sono generalmente più bassi e il turismo, seppur presente, si riduce leggermente. Se possibile, partite presto al mattino, per evitare l’arrivo dei minibus turistici che, anche fin qui, non mancano.
La caldera di Askja si trova all’interno delle montagne di Dyngjufjöll, formatesi principalmente durante le ere glaciali, con eruzioni ripetute sotto la coltre di ghiaccio: un processo tipico dei vulcani subglaciali, che ha dato origine alla caratteristica roccia palagonitica di quest’area.
Circa 10.000 anni fa, mentre i ghiacciai dell’era glaciale iniziavano a ritirarsi, un violento evento vulcanico svuotò la camera magmatica sotto Dyngjufjöll: il tetto della camera collassò, dando origine alla caldera principale, di forma ovale e di circa 45 km² di superficie.
Poi, nel gennaio del 1875, la storia di Askja cambiò per sempre. Un’imponente eruzione esplosiva, con una colonna di cenere alta 15-20 km, riversò circa 2,5 km³ di materiale, in gran parte cenere e pomice, colpendo duramente l’Islanda orientale: bestiame ucciso, terreni devastati, e ceneri che raggiunsero persino Scandinavia, Germania e Polonia. Le conseguenze furono così gravi da contribuire a un’ondata di emigrazione islandese verso l’America. Verso la fine di questa eruzione, nell’angolo sud-orientale della caldera principale, la camera magmatica si svuotò improvvisamente: il terreno sprofondò, dando origine al cratere di Viti (“inferno”, in islandese) e a una profonda caldera secondaria. Nei trent’anni successivi, l’acqua di falda filtrò lentamente riempiendo questa nuova depressione: nacque così il lago Öskjuvatn, oggi profondo circa 220 metri e con una superficie di circa 11 km², il secondo lago più profondo di tutta l’Islanda dopo Jökulsárlón.
C’è poi una storia che aggiunge un velo di mistero a questo luogo già di per sé emozionante. Il 10 luglio 1907, due scienziati tedeschi, Walter von Knebel e Max Rudloff, scomparvero mentre esploravano il lago Öskjuvatn a bordo di una piccola imbarcazione. Una spedizione di soccorso, guidata dalla fidanzata di Knebel, Ina von Grumbkow, e dal vulcanologo Hans Reck, non trovò mai alcuna traccia di loro, né della barca. Ancora oggi resta un mistero cosa sia realmente accaduto quel giorno: c’è chi ipotizza un’onda anomala provocata da un movimento sismico, chi una frana sottomarina. In loro memoria fu eretto un cumulo di pietre, la Knebelsvarða, che si trova ancora oggi vicino al cratere di Viti, con tanto di libro degli ospiti: la stessa segnaletica del parco nazionale, ancora oggi, dedica un cenno a questa storia.
Perché poche esperienze in Islanda riescono a mettere insieme così tanto: una strada che è già un’avventura, guadi da affrontare con rispetto e pazienza, un cratere nato dal fuoco di un’eruzione che ha cambiato la storia di un intero paese, un lago profondissimo che ancora oggi custodisce un mistero irrisolto, e un panorama che si apre all’improvviso, dopo l’ultima collina del sentiero, lasciando senza parole chiunque abbia avuto la pazienza e il coraggio di arrivare fin qui.

Circa 8 ore saranno necessarie per andare, visitare e toranre
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